Vite perpendicolari: Giancarlo Caselli e Tobia Imperato.

I libri costano, il tempo per leggerli anche, e per me rileggere un libro già letto è un fatto eccezionale. Ma “Le scarpe dei suicidi” di Tobia Imperato l’ho letto due volte. Come “I miserabili”. 311 pagine e 738 note per documentare un errore giudiziario che ha legato la morte di due innamorati alla storia della Tav. Perché è evidente che, “suicidio” o no, se non fossero stati incarcerati ingiustamente (lo ha stabilito la Cassazione), Sole e Baleno non sarebbero morti. E l’errore è stato fatto nella Procura di Torino, quella di Caselli. Un posto dove ad aprire un armadio si rischia di sentire urlare, perché l’ingiustizia continua a farti male anche da morto. Perciò a certi giudici finiti nel suo libro Tobia Imperato non deve essere molto simpatico.

Tra Torino e la Val Susa le manifestazioni contro la Tav ormai non si contano più, e certe volte basta essere sul posto per venire accusati di qualcosa. E così è capitato che sotto gli occhi di Tatangelo, proprio uno di quei giudici, finisse anche il nome di Tobia Imperato. La cosa è poi finita sulla scrivania di Giancarlo Caselli che ha letto, ponderato, interpretato, e ha mandato in galera un po’ di gente tra cui anche lui. Poi il Gip gli ha concesso gli arresti domiciliari, ma vietandogli qualsiasi contatto. E così, per riprendere a telefonare e a scrivere, Tobia ha dovuto digiunare per 13 giorni e perdere 10 chili.

Giancarlo Caselli e Tobia Imperato sono proprio diversi.
I libri di Caselli li devi pagare, mentre “Le scarpe dei suicidi” lo puoi scaricare gratis.
Caselli è pagato per combattere la mafia. Si sbatte, si arrabatta, ma la mafia dilaga. Lui non riesce a darsi pace, e si lamenta in tv e sui giornali come un attaccante che non segna. Una cosa straziante. Che ci sta male lo si vede chiaramente, e perciò non è bello rinfacciarglielo, e tanto meno insultarlo.
Nessuno invece paga Tobia perché combatta la criminalità organizzata. Ma non ci vuole molto a capire che se tutti facessero come lui la ‘ndrangheta avrebbe rinunciato ai soldi della Tav e avrebbe lasciato la Val Susa già da un pezzo.

Forse Caselli lo ha arrestato per invidia.

Tino Balduzzi

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