Dal Terzo Valico il colpo di grazia alle falde acquifere della Bassa Valle Scrivia

Molto probabilmente saranno le popolazione di Sale e dintorni a sostenere la parte più pesante dei costi di realizzazione del Terzo Valico. Una mazzata rappresentata dalla possibile perdita delle falde acquifere tra Tortona e il Po. Questo perché, benché Il tunnel venga costruito tra Genova e Novi Ligure, la maggior parte delle terre e delle rocce provenienti dallo scavo è destinata ad essere depositata tra Tortona ed Alessandria, in cave di ghiaia dismesse. Cave dal fondo permeabile, dove gli eventuali inquinanti filtrano fino a raggiungere in poche settimane il fondo impermeabile dalla prima falda, che in questa zona si trova mediamente a 50 metri di profondità, per poi percorrerla lentissimamente (tipicamente 1 metro al giorno), fino a che la trovano inclinata. L’inquinamento dipende molto dalla conformazione di quel fondo, perché là dove esso presenta degli avvallamenti quegli inquinanti si fermano e non si muovono più da lì. E purtroppo è ciò che accade sotto i piedi della popolazione di Sale e dintorni perché proprio lì la base dell’acquifero superficiale ha pochissima pendenza ed in certi punti presenta dei consistenti avvallamenti. La documentazione è reperibile su http://www.regione.piemonte.it/ambiente/acqua.
Un primo pericolo viene dal fatto che proprio la parte più inquinata di quel materiale, quella contenente gli additivi usati per lo scavo, è destinata alla cava Castello Armellino, che si trova al confine tra Tortona e Sale, lungo la statale 211, di fronte ad un motel.
Nel piano approvato da Provincia e Regione nel 2005 quel materiale avrebbe dovuto essere depositato nella cava Cascina Borio di Sezzadio, ma i geologi della Regione Piemonte scrissero chiaramente che tale materiale non andava messo là per la presenza di una falda acquifera. Non sono chiari i criteri che hanno permesso di dirottare quel tipo di materiale a Sale, in quantità superiore a quella inizialmente prevista, su un’altra falda acquifera.
Ma un pericolo ancora maggiore proviene dall’innegabile interesse della mafia dei rifiuti per l’enorme movimento terra derivante dallo scavo del tunnel ferroviario del Terzo Valico. E’ lecito pensare che siccome sempre meno aziende, a causa della crisi, hanno le risorse necessarie a smaltire legalmente i loro rifiuti, la suddetta mafia abbia ancora più rifiuti da smaltire, mentre ora, dopo quanto successo in Campania, ha maggiori difficoltà a smaltirli al Sud. Invece da noi i buchi ci sono già e la terra per ricoprirli arriva ogni mezzora, giorno e notte, dal Terzo Valico: un’occasione tanto ghiotta da far pensare che essa sia stata adeguatamente pilotata. Lo dimostra anche il fatto che il Terzo Valico, approvato dal Governo nel 2006, anziché partire subito come era da attendersi per un’opera contrabbandata per urgente, è poi partita nel 2011. Cinque anni persi, in cui non è cambiato nulla salvo la maggioranza dei siti di destinazione delle terre da scavo, e, conseguentemente, le tasche dei beneficiari di tale servizio. Un fatto che fa pensare che chi è interessato al movimento di 10 milioni di metri cubi di terra e roccia conti molto di più di chi è interessato ad usare il tunnel stesso. Difficile controllare un affare così redditizio, praticamente impossibile.
Tali pericoli sono però aggravati dal fatto che fino verso la fine del secolo scorso sono stati costruiti, con una tecnica ora non più ammessa ma diffusissima in passato, moltissimi pozzi profondi che mettono in comunicazione le falde acquifere tra loro, portando anche nelle falde profonde l’inquinamento presente nelle falde superficiali. Fino a che tali pozzi non vengono ricondizionati in modo da isolare le falde tra loro, come avviene per i pozzi più recenti, vi è uno scambio d’acqua continuo tra le falde, una diffusione in profondità dell’inquinamento superficiale con conseguenze gravissime per la coltivabilità e la vivibilità dei territori sovrastanti. Il fatto che in maggioranza quei pozzi non siano mai stati denunciati rende difficile una stima, ma centomila pozzi potrebbe essere l’ordine di grandezza per tutta la pianura padana, alcune migliaia per la provincia di Alessandria.
Su questo l’Europa è intervenuta nel 2000 e la Regione Piemonte nel 2006 ha imposto di ricondizionare quei pozzi entro il 2016, senza però finanziare l’operazione. A fronte di ciò gli uffici competenti della provincia di Alessandria hanno contattato i proprietari di circa 700 pozzi, pochissimi dei quali sono stati ricondizionati. Per i pozzi domestici, di competenza comunale, invece quasi nulla è stato fatto.
Visto che l’ordine di grandezza del costo di ricondizionamento di un simile pozzo è di circa ventimila euro e che gli enti preposti ignorano l’esistenza della maggioranza di quei pozzi, perché mai denunciati, è evidente che l’unico modo per salvare le falde è fare una sanatoria finanziando totalmente o quasi il ricondizionamento dei singoli pozzi.
Per fare una cosa che l’Europa ci chiede davvero, e con urgenza, servono alcuni miliardi di euro. Invece la politica mette quei soldi in cose come il Terzo Valico, che, tra l’altro, inquina ulteriormente le falde.
Il buon senso dice che occorre fare prima la cosa più urgente (e anche conveniente dal punto di vista occupazionale): stop immediato al Terzo Valico ed uso di quei soldi per ricondizionare quei pozzi, poi si vedrà.

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